La scuola è, insieme alla famiglia, il luogo deputato alla comprensione e allo sviluppo delle competenze comunicative delle nuove generazioni. Si tratta di compiti assai delicati, che pongono problemi e richiedono un notevole impegno di elaborazione. La comprensione a livello di senso comune su come funziona la mente dà un ordine agli eventi sociali attorno ad essa, fornisce delle spiegazioni per il comportamento degli altri e permette di predire le azioni degli altri facendo riferimento alle loro credenze, ai loro desideri, alle percezioni, ai pensieri, alle emozioni e alle intenzioni. I ricercatori hanno denominato queste nozioni implicite sul dominio psicologico la “teoria della mente” (Bretherton e Beegly, 1982; Premack e Woodruff, 1978; Weelman, 1990, Meltzoff e Brooks, 2008). I bambini già dai primi anni di vita iniziano a sviluppare una propria teoria della mente. Dunn, Bretherton e Munn (1987) hanno mostrato come già nel periodo tra un anno e un anno e mezzo di vita i bambini possono fare riferimento spontaneamente agli stati emotivi. Il bambino di due anni fa già riferimento a stati mentali e può perfino partecipare a un gioco di finzione in cui assume egli stesso uno stato interiore di finzione, oppure lo attribuisce al fratello, o lo assume insieme a lui. Inoltre, discute le cause degli stati emotivi, e talvolta li usa per cercare di influenzare il comportamento dell’altro. Per i bambini comprendere e interpretare in modo corretto il comportamento proprio ed altrui all’interno dell’ambiente scolastico e familiare può essere molto difficile e faticoso, perché sono spinti dal bisogno di trovare subito soddisfacimento ai loro bisogni senza poterli differire nel tempo e soprattutto senza mettersi nei panni dell’altro. A quest’età possono avere difficoltà a chiedersi il perché un coetaneo o una maestra si siano comportati in un determinato modo e valutare l’effetto del proprio comportamento sugli altri bambini e sugli adulti; in famiglia spesso vengono troppo assecondati, e crescono in un ambiente sociale che li spinge precocemente al consumo senza limite, senza soffermarsi sulle esigenze degli altri e sui loro veri bisogni e motivazioni. L’abilità di comunicare in modo efficace ed esauriente ci appare come una competenza sociale di base essenziale al vivere civile. Un tempo con la presenza dei fratelli i bambini si trovavano a sperimentare maggiormente tale abilità, ma ormai la scuola è uno dei pochi luoghi, dove il bambino impara a confrontarsi e a comunicare con i coetanei e con gli adulti. In questi anni, inoltre, i bambini iniziano a sviluppare la capacità di regolare le emozioni. Gli studi di Lagattuta e Wellman (2002) hanno mostrato come i genitori spontaneamente tendano a discutere più a lungo con i figli in età prescolare riguardo alle emozioni negative, piuttosto che su quelle positive. Gli autori ipotizzano che ciò avvenga perché i bambini in questa fase evolutiva sono in procinto di aumentare le capacità di gestire e controllare tali emozioni nella relazione con l’altro e che per questo i genitori siano maggiormente interessati a far loro comprendere come potere gestire le emozioni negative, come rabbia e aggressività, piuttosto che quello positive. In effetti, a questa età i bambini, iniziano a sviluppare le capacità di regolare, modulare, tollerare, sopportare ed esprimere le proprie emozioni (Kopp, 1989). Durante la prima infanzia, in particolare, i bambini hanno la possibilità di prendere coscienza e gestire le emozioni negative, in particolare la rabbia e la tristezza, così come sviluppano la loro volontà e capacità di fornire risposte empatiche nei confronti di altre persone. La capacità di gestire e modulare le emozioni negative ha importanti collegamenti con la possibilità di instaurare dei sani rapporti sociali e la possibilità di venire accettati da parte degli altri (Denham, 1998; Denham, Renwick, & Holt, 1991; Saarni, 1999). Scopi generali I fattori che possono ostacolare lo sviluppo, nel bambino, delle abilità di comunicare con gli altri bambini e con gli adulti in modo efficace, possono essere molteplici: a partire dal non essere stati abituati a mettersi nei panni dell’altro o dal non tollerare l’attesa nel soddisfare subito i propri bisogni o dal non sapersi fermare ad ascoltare. Tale difficoltà a comunicare appare al giorno d’oggi un problema ancor più importante, in quanto i bambini si trovano sempre più spesso a non avere dei fratelli con cui potersi confrontare e sperimentare, rischiando così di non sviluppare quelle competenze comunicative di base che ci aiutano ad instaurare dei sani rapporti interpersonali. I genitori poi tendono ad instaurare con i loro bambini delle relazioni sbilanciate in cui vi è un adattamento unidirezionale dei genitori alle esigenze del figlio, che rischia di diventare un “piccolo despota” che non imparerà a comprendere che ci possono essere dei diversi punti di vista e delle esigenze diverse dalle sue. La scuola appare, quindi, la principale e, a volte, unica fonte di confronto con i coetanei o con le persone esterne alla famiglia. Per tale ragione appare indispensabile avviare un lavoro di riflessione nel gruppo degli insegnanti e degli alunni su tale tema.